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Papà: qual è la sua origine?

Un viaggio nel linguaggio umano.

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C’è chi, nella giornata del 19 marzo, ha consumato le famose zeppole, e chi, per un motivo o per un altro, non ha voluto o potuto; c’è chi ha visitato una chiesa dedicata al Santo Giuseppe, e chi è rimasto comodo in casa e ha festeggiato con la famiglia; ma senza dubbio tutti si sono uniti, fisicamente o spiritualmente, intorno ai propri padri in questa importante ricorrenza religioso-folkloristica. Sicuramente tutti noi utilizziamo la parola "papà”, o, in alternativa, “babbo” nelle regioni settentrionali del nostro Paese. Ma da dove deriva questa semplice parola disillabica? A questa domanda risponde, anche se parzialmente, il pediatra e psicanalista statunitense Daniel Stern per mezzo di un’altra domanda: Chi ha inventato il linguaggio verbale? È stato l'adulto o il bambino? Il bambino è capace di una creazione linguistica spontanea o si adatta semplicemente al linguaggio trasmessogli dagli adulti, deformandolo di conseguenza? Stern racconta che la figlioletta, all'età di otto mesi, produsse spontaneamente la labiale p. Gli adulti, allora, le vennero in aiuto pronunciandole la parola « papà ». La piccola, in un primo tempo, ripeté soltanto la labiale p, ma in seguito, dopo una decina di minuti, disse « pa-pa-pa », naturalmente, senza comprendere il significato di quanto diceva. In questo modo, ella imparò rapidamente la parola « papà », avendola formata sin da prima nella labiale p spontanea. D'altronde, ella non ripeteva ancora « papà », ma solo « papapa », poiché la limitazione alle due sole sillabe non corrispondeva ancora alla sua fase di sviluppo. Perciò usava per ora la parola « papà » solo come un certo numero di sillabe lallatorie, prive di significato verbale. . È singolare come nell'opinione comune le stesse parole — « papà » e « mamma » — siano un po' dovunque considerate come le prime parole infantili. La labiale p viene sostituita in diverse lingue da labiali e dentali geneticamente correlate: in questo modo, in russo si dice papà, in francese e tedesco papa, in inglese papa, in altre lingue slave tàte o tiatia, in greco baba ecc. Per quale motivo la mentalità popolare tende ad attribuire loro questa priorità? A che cosa è dovuto il fatto che il bambino non riproduce esattamente le parole, ma piuttosto le modifica e le trasforma? È questo il problema di cui occorre discutere innanzitutto. È molto importante osservare in che modo il bambino le pronunci. In un primo tempo, egli non dice « mamma » e « papà » bensì « mö-mö-mö» e « pö-pö-pö »; come si vede, la vocale è una specie di ö e il numero delle sillabe, inizialmente, è illimitato. Facendo attenzione a quella piccola bocca che pronuncia un vivace « mö-mö-mö », provando magari ad imitarne i movimenti, vediamo come questi ultimi siano assai simili a quelli della suzione. Nei suoni tipo « mö-mö-mö » compare dunque l'atto del succhiare. Il lattante, che dopo il pasto vien messo a riposare nella culla, non ha ancora completamente portato allo stato di quiete l'impulso d'innervazione cui poco prima obbediva nel succhiare, perciò i movimenti vengono proseguiti e, come loro conseguenza, appare la parola « mö-mö-mö ».Un processo analogo si svolge anche a proposito della parola « pö-pö ». Spesso, anche la parola papà ha origine dall'atto di suzione. Le nutrici russe, ad esempio, per indicare il pane, si servono del termine « papà ». La religione cristiana, in cui attraverso il pane si è resi partecipi del corpo di Cristo, dimostra che la relazione papà-pane non è il prodotto di una razionalizzazione (nel senso che il padre sarebbe colui che procura il pane), quanto piuttosto di un rapporto le cui radici sono molto più antiche e profonde. Nei popoli primitivi, l'espressione eufemistica: « si è quel che si mangia », è presa alla lettera: nutrendosi di un animale sacro ci si dovrebbe impossessare anche delle sue proprietà. La più stretta conseguenza è simbolizzata dal mangiare insieme. Questa credenza ci appare come qualcosa di naturale, se pensiamo che, almeno una volta nella vita, ci si è veramente nutriti di un essere umano (lo si è mangiato), ossia di chi ci ha dato la vita e con cui, in origine, si costituiva un tutt'uno. Perciò l'identificazione è simbolizzata dall'atto del mangiare. La parola « mö-mö » riproduce il succhiare con maggiore fedeltà. « Pö-pö », « bö-bö » ecc. dovrebbero corrispondere al momento in cui il bambino, sazio, gioca col seno, ora abbandonandolo, ora afferrandolo di nuovo.

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